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lunedì 8 giugno 2009

Il Buddhismo tibetano in occidente: virtù e problematiche delle interazioni culturali.


Intervista ad ALAN WALLACE ( www.innernet.it )

Il buddismo tibetano in occidente funziona?


In Asia, come prima cosa, i monaci anziani interrogano colui che ha espresso il desiderio di prendere gli ordini, esaudendo la richiesta solo se pensano che la persona sia sufficientemente preparata ed esiste un luogo in cui possa ricevere un’adeguata formazione monastica. In occidente viviamo in una società profondamente non-monastica e non-contemplativa. Cominciare profonde pratiche contemplative e adottare lo stile di vita monastico senza un contesto adeguato provoca molti problemi.


B. Alan Wallace ha studiato per dieci anni in monasteri buddisti in India e Svizzera. Insegna teoria e pratica buddista in Europa e in America dal 1976, e ha fatto da interprete a numerosi insegnanti tibetani, tra cui Sua Santità il Dalai Lama. Autore del libro Buddhism with an Attitude (Snow Lion Publication), Wallace ha collaborato a più di trenta libri sul buddismo, la medicina, il linguaggio e la cultura tibetani. Attualmente insegna al Dipartimento di Studi Religiosi dell’Università della California, a Santa Barbara. Questa intervista, fatta da Brian Hodel, è stata già pubblicata in forma ridotta su “Snow Lion”, la newsletter della casa editrice Snow Lion.


Brian Hodel: I maestri buddisti tibetani hanno dovuto fare dei cambiamenti per adattarsi alla fiorente comunità di studenti occidentali?


Alan Wallace: In Asia – in India, nel Nepal, nel Sikkim e nel Bhutan, per esempio – alla fine degli anni sessanta, o dei primi anni settanta, i lama hanno cominciato a tenere pubblici insegnamenti rivolti innanzitutto alla comunità tibetana, ma dove gli occidentali sono sempre stati benvenuti, a meno che gli insegnamenti non fossero molto elevati, come, per esempio, quelli tantrici. Ma anche in quel caso, se gli occidentali avevano i requisiti necessari, se avevano ricevuto le iniziazioni appropriate o erano stati invitati a partecipare dai loro stessi lama, erano benvenuti. Esistono molti monasteri tibetani, nel sud dell’India, dove l’insegnamento è aperto agli occidentali.


Brian Hodel: E in occidente?


Alan Wallace: In occidente, quando i lama tibetani offrono insegnamenti, il formato è diverso, perché spesso questi lama sono in viaggio. Per loro è frequente tenere seminari di un fine settimana o conferenze di una sera. Oppure, se si fermano più a lungo in un luogo, concedono un ritiro di una o due settimane. Ma nella maggior parte dei casi, gli eventi hanno durata limitata. Poi, ci sono dei lama residenti in determinati centri, dove vengono offerti corsi prolungati.


Brian Hodel: Nell’ambiente monastico, gli insegnamenti seguono un ordine coerente. Qual' è l’effetto degli insegnamenti, al di fuori di questo contesto?


Alan Wallace: In occidente, è molto comune che un lama arrivi in una città e dia un’iniziazione al buddismo tantrico e un weekend di insegnamenti esoterici sulle pratiche di visualizzazione o sui modi per sperimentare uno stato di pura consapevolezza. Nella gran parte dei casi, ciò che manca è il contesto profondo: il contesto teorico, della fede, di una matura comunità spirituale. Questi insegnamenti sono perfettamente tradizionali, ma vengono inseriti in un contesto radicalmente non tradizionale. E ciò, penso, ha condotto in molte occasioni a un enorme fraintendimento e a molta inutile inquietudine, confusione, sofferenza e conflittualità.


Brian Hodel: Per Il buddismo tibetano in occidente esempio?


Alan Wallace: Verso la fine degli anni settanta, alcuni ottimi lama sono venuti negli Stati Uniti per tenere degli insegnamenti avanzati. Diversi occidentali, ragazzi e ragazze, sono rimasti entusiasti di questi lama, e in parecchi hanno preso i voti in quel momento, su due piedi, al di fuori di qualsiasi contesto: ovvero senza un monastero, un abate e un procuratore che spiegasse loro il significato dei voti, aiutandoli ad assimilarli e applicarli nella vita quotidiana. Penso che la grande maggioranza di loro, se non tutti, alla fine ha abbandonato i voti, perché non esisteva il contesto giusto e perché li avevano presi senza sapere bene cosa stavano facendo.


Brian Hodel: Se un gruppo di persone avesse voluto prendere gli ordini su due piedi in Asia, i lama avrebbero acconsentito? Mi sembra una cosa sbagliata, in entrambi i contesti.


Alan Wallace: In Asia, come prima cosa, i monaci anziani interrogano colui che ha espresso il desiderio di prendere gli ordini, esaudendo tale richiesta solo se pensano che il futuro monaco o la futura monaca è sufficientemente preparato/a ed esiste un luogo in cui i novizi possono ricevere un’adeguata formazione monastica. Qui, in occidente, viviamo in una società profondamente non-monastica e non-contemplativa.


E quindi, cominciare queste profonde ed esoteriche pratiche contemplative e adottare lo stile di vita monastico senza un contesto adeguato provoca molti problemi. E non sono sicuro che questo fatto sia stato ponderato a sufficienza da molti lama che di fatto vivono in Asia e occasionalmente vengono in occidente per qualche settimana. Sembra che essi pensino che, siccome ciò che stanno dando fa parte della tradizione, verrà ricevuto in modo tradizionale. Ma in molti casi, semplicemente non è così.


Brian Hodel: Stai dicendo che questo gruppo di lama che ha dato l’ordinazione non era consapevole del fatto che quelle persone non disponevano di alcun contesto?


Alan Wallace: Che il contesto non esistesse, era abbastanza ovvio. Quindi, su quale fondamento logico questi lama hanno concesso gli ordini e impartito insegnamenti avanzati sulla meditazione? Ho sentito alcuni lama dire: “Sto gettando semi, ed è meglio che la gente conosca il buddismo imperfettamente, che non lo conosca affatto”. E, per riprendere una parabola evangelica, alcuni semi cadranno sulle rocce e saranno mangiati dagli uccelli, mentre altri cadranno sul terreno, riceveranno nutrimento e germoglieranno.


Potrebbe trattarsi di una piccola minoranza di coloro che seguono gli insegnamenti, ma per alcune persone questi ultimi getteranno i semi di una pratica spirituale appagante e prolungata, che li farà maturare e porterà beneficio a loro stessi e gli altri. E per quanto riguarda le altre persone e il fondamento logico dei lama, ho sentito alcuni di loro dire che almeno queste persone erano entrate in contatto con il dharma.




Brian Hodel: Esistono altri esempi più recenti di questo problema?


Alan Wallace: La mia sensazione è che le iniziazioni, le pratiche e i voti del buddismo tantrico vengono spesso concessi troppo indiscriminatamente. Tutte queste pratiche comportano un serio impegno, e se persone con poca o nessuna conoscenza di base del buddismo prendono tali voti, è possibile che provino disincanto o confusione.


Brian Hodel: Perché non attenersi semplicemente agli insegnamenti basilari, fondamentali? Perché gli insegnamenti elevati vengono impartiti addirittura a mo’ di introduzione?


Alan Wallace: Penso che la risposta sia molto semplice: se i lama si limitassero a insegnare argomenti come la disciplina etica, la rinuncia e la pratica della gentilezza amorevole e della compassione, poca gente sarebbe attratta. Prima di partire, i lama chiedono spesso che tipo di insegnamenti vogliono sentire gli occidentali, e frequentemente la risposta è: quelli avanzati. Per esempio, sullo dzogchen o il mahamudra, che trattano l’esplorazione della natura della consapevolezza pura e concettualmente non strutturata, o della propria interiore natura di Buddha.


Per compassione e per desiderio di esaudire i desideri altrui, molti lama accondiscendono. Forse la loro logica è che le persone trarranno probabilmente più beneficio ascoltando qualcosa cui sono davvero interessate, piuttosto che nell’ascoltare preziosi insegnamenti verso cui non hanno interesse. In questo ultimo caso, è probabile che le persone non verrebbero affatto.


Quindi, abbiamo una situazione commerciale di domanda e offerta, molto diversa dalla scena del dharma in Asia. In occidente, gli insegnamenti sono pubblicizzati e se ne ricava un profitto. Quindi, che ci piaccia o no, nella grande maggioranza dei casi c’è un aspetto commerciale negli insegnamenti. E anche se i lama hanno ricchi benefattori che si prendono cura di loro, qualcuno deve ancora pagare le spese di viaggio e l’uso del luogo di insegnamento. Questo è tutto quello che si può dire.


Brian Hodel: Ma non viene esercitato un richiamo verso l’ego? Io potrei richiedere gli insegnamenti più elevati perché voglio conseguire la realizzazione il prima possibile. Che valore hanno, però, gli insegnamenti più elevati se non ho assorbito quelli fondamentali? Non è come gettare semi sulle rocce?


Alan Wallace: Nella mia esperienza, i lama che desiderano impartire questi insegnamenti avanzati sottolineeranno molto l’importanza degli insegnamenti e delle pratiche fondamentali, per esempio quelli che riguardano l’esercizio della rinuncia e della compassione. Uno dei miei insegnanti, Gyatrul Rinpoche, ha spesso impartito insegnamenti avanzati sul mahamudra e lo dzogchen, ma ripetendo in continuazione questo messaggio: “Sì, questi sono gli insegnamenti profondi. Sì, possono essere molto utili per la vostra pratica. Allo stesso tempo, non tralasciate gli insegnamenti fondamentali, perché questi ultimi sono quelli che con più probabilità, ora, provocheranno un miglioramento nella vostra mente e nella vostra vita”.


Gyatrul Rinpoche ha insegnato per più di due decenni negli Stati Uniti. Egli sottolinea ancora l’importanza degli insegnamenti fondamentali, ma a volte gli studenti si lamentano di conoscerli già e di non volerli più sentire. In molti casi, anche se questi studenti non hanno compreso gli insegnamenti fondamentali attraverso la pratica, li hanno uditi e più o meno compresi intellettualmente. Ma a causa della consuetudine hanno perso interesse in tali insegnamenti e non desiderano più praticarli; vogliono qualcosa di nuovo, di profondo, che prometta quel tipo di trasformazione spirituale che non hanno ancora raggiunto.


Come Gyatrul Rinpoche ha spesso detto, non è che i lama non vogliono farci ascoltare o praticare questi insegnamenti più elevati. Semplicemente, non vogliono che li facciamo al posto degli insegnamenti fondamentali, perché in quel caso non ne trarremo beneficio. E poiché allo stesso tempo trascuriamo le pratiche basilari, non impariamo davvero nulla. Il consiglio che ho udito e fatto mio è che dobbiamo tenere i piedi sulla terra degli insegnamenti fondamentali, raggiungendo il cielo grazie agli insegnamenti più avanzati.


Brian Hodel: Se molti studenti occidentali ricevono gli insegnamenti più elevati all’inizio, ma dopo devono tornare a quelli fondamentali, non è controproducente?


Alan Wallace: Può esserlo di sicuro!


Brian Hodel: Non sembra qualcosa di molto efficiente.


Alan Wallace: Nel complesso, non penso che ci sia molta efficienza nel modo in cui gli insegnamenti vengono impartiti o praticati in occidente, anche se noi, essendo una società consumista e orientata sugli affari, diamo una grande importanza all’efficienza. Inoltre, in occidente, molti lama dei vari ordini del buddismo tibetano passano da una città all’altra tenendo eventi di una fine settimana. Questo vuol dire che in un weekend hai la possibilità di venire in contatto con un miscuglio di insegnamenti e iniziazioni, e la tua conoscenza del buddismo si fa episodica.


È come andare a un buffet: prendi ciò che trovi, senza ordine, continuità né sviluppo progressivo. È qualcosa di estremamente inefficiente. Questo può fare di molte persone dei dilettanti, perché dà loro un assaggio del buddismo e le fa passare da un’esperienza all’altra, senza acquisire competenza in nulla.


Questa mancanza di continuità è dovuta, in parte, a una mancanza di pazienza. Poiché siamo una società consumista, vogliamo risultati rapidi. In certa misura, è questo che intendiamo con efficienza. Se ascoltiamo un insegnamento, vogliamo vedere i risultati entro un weekend, o almeno entro una settimana! E alcuni insegnanti vogliono venire incontro a questo tipo di mentalità. Ho persino visto pubblicità di eventi di buddismo tibetano che assomigliano alle aggressive pubblicità di Madison Avenue.


Il risultato è che molti lama in genere considerano gli occidentali – con poche, ottime eccezioni – impazienti, superficiali e incostanti. E nella società tibetana, l’incostanza è considerata uno dei vizi peggiori, mentre l’affidabilità, l’integrità, la credibilità e la perseveranza sono tenute in altissima considerazione. Per cui, oggi, alcuni dei lama migliori si rifiutano perfino di venire in occidente, perché preferiscono insegnare ai tibetani in Asia o andare semplicemente in ritiro a meditare. Alcuni ritengono – data la brevità e la preziosità della vita umana – che dedicare il tempo a gente tanto incostante e di poca fede vorrebbe dire sprecarlo.


Brian Hodel: Oltre all’inefficienza di questi “insegnamenti-buffet”, non c’è anche il rischio che la gente scelga pezzi qui e là per costruirsi una “scala per il paradiso” di proprio gradimento?


Alan Wallace: C’è questo pericolo, sì. Ma credo che bisogna sempre trovare il giusto mezzo. Un estremo è quello che hai appena suggerito, l’individualismo: “So cosa va bene per me! Sceglierò quello che mi piace”. Questo è come un bambino che va al ristorante e dice: “Prendo solo quello che ha un buon sapore”.


Il problema di questo atteggiamento è che, dopotutto, ci stiamo volgendo al dharma perché non siamo illuminati, non perché lo siamo già. Se non siamo illuminati, vuol dire che viviamo nell’illusione: questo è il tema centrale del buddismo. E quindi, una persona ignorante e vittima delle illusioni dice: “Mi metto al di sopra della tradizione, delle sue regole e della sequenza di pratiche che gli esseri illuminati offrono da molte generazioni”.


L’altro estremo è un dogmatismo che prescinde totalmente dall’esperienza concreta della pratica del dharma. Generazioni di tibetani hanno elaborato strategie, insegnamenti, rituali e sequenze di pratiche specificatamente per i tibetani. Non si sono limitati a replicare il buddismo indiano. Sono sicuro che hanno conservato il nucleo, l’essenza di quest’ultimo. Ma la loro è anche una tradizione che si è modificata nei secoli per adattarsi meglio alla mentalità, l’ambiente e i costumi tibetani. Ebbene, quello che conta sono i fatti, e il risultato è stato una generazione dietro l’altra di grandi maestri tibetani. Pensiamo a Padmasambhava, Sakya Pandita, Milarepa, Tsong-kha-pa, fino al ventesimo secolo: la tradizione ha funzionato!


Davanti a tale successo, si può concludere che, poiché hanno funzionato per i tibetani, noi occidentali dobbiamo fare nostre le tradizioni e gli insegnamenti puri del Tibet, introducendoli a Los Angeles o New York City esattamente come vengono insegnati laggiù. Ma la ragione per cui quegli insegnamenti vengono considerati puri è perché hanno funzionato in Tibet. La domanda è: funzioneranno ancora? Se quegli stessi insegnamenti, nello stesso formato, senza adattamenti per l’occidente, vengono trapiantati in Europa o in America, ignorando le differenze del contesto culturale e senza vedere se producono gli stessi meravigliosi effetti e trasformazioni nei praticanti occidentali, il risultato può essere qualcosa di rigido, fondamentalista e dogmatico.


Se non producono gli stessi benefici… Se dopo trenta anni di buddismo tibetano in occidente, non abbiamo persone che sono ascese sul cammino dell’illuminazione, sviluppando stati di profonda concentrazione meditativa, intuizione contemplativa e intensa compassione, e scoprendo le molte meravigliose risorse della consapevolezza stessa, forse dobbiamo porci la domanda: gli insegnamenti che hanno funzionato per i tibetani sono ugualmente efficaci per gli occidentali? Oggi abbiamo adepti occidentali paragonabili ai venticinque discepoli principali di Padmasambhava, che raggiunse stati straordinari di realizzazione spirituale?


Se i discepoli occidentali contemporanei, che apparentemente stanno facendo le stesse pratiche dei loro predecessori tibetani, non stanno conseguendo una realizzazione paragonabile, bisogna chiedersi in che modo questi insegnamenti e pratiche vanno cambiati nel formato, la sequenza e il contesto. Fino a che punto le teorie devono avviare un dialogo con le idee occidentali? Portare le idee, la meditazione e lo stile di vita buddista a dialogare con le concezioni scientifiche e filosofiche dell’occidente, con i suoi valori e punti di vista: questo è qualcosa che relativamente pochi lama tibetani stanno facendo, in misura significativa.


Dopo tutto, in occidente esiste una civiltà. E venire qui come se non avessimo alcuna civiltà, come se gli insegnamenti andassero calati su una “tabula rasa” culturale, non è ragionevole. Questo è l’altro estremo, in cui gli insegnanti proclamano: “Noi abbiamo gli insegnamenti puri!”, senza nemmeno chiedersi se quei cosiddetti “insegnamenti puri” producono davvero buoni risultati, o se stanno solo creando fondamentalisti rigidi, arroganti ed elitari, che dichiarano: “Noi possediamo l’unica via!”. Per le proporzioni che questo fenomeno sta assumendo in occidente, mi sembra che il buddismo si stia rapidamente trasformando in un pezzo da museo, o peggio.


Brian Hodel: In quali proporzioni sta succedendo?


Alan Wallace: Temo che sia qualcosa di piuttosto comune, specialmente negli ambienti del dharma in cui gli studenti devono ascoltare silenziosamente gli insegnamenti del lama, accettandoli e mettendoli in atto senza discutere. Quando agli studenti viene data l’idea che il lama è infallibile e che qualsiasi problema o incertezza è solo colpa loro, abbiamo una ricetta per il fondamentalismo. Ho sentito alcuni avidi studenti del dharma rispondere a qualsiasi obiezione sull’ortodossia del loro centro del dharma con la frase: “Ma il lama dice…”, come se questa fosse la soluzione a tutti i problemi.


Brian Hodel: Cosa c’è tra questi estremi, allora?


Alan Wallace: Una soluzione è un dialogo ravvicinato e rispettoso tra discepoli occidentali e insegnanti tibetani. Se questi ultimi non conoscono già l’occidente, bisogna cercare di informarli sul luogo in cui stanno venendo, su quali valori, stili di vita e concezioni del mondo sono considerate la norma, qui. E dove c’è resistenza a ricevere i tradizionali insegnamenti tibetani, occorre cercare di capire perché c’è questa resistenza, se tali insegnamenti possono essere modificati o se gli occidentali hanno bisogno di insegnamenti preliminari prima di affrontare quelli più tradizionali. Occorre davvero molta creatività.


Prima delle radicali trasformazioni causate dall’invasione cinese nel 1949, i cambiamenti nella società tibetana avvenivano a un ritmo molto più lento che nell’occidente moderno. Lì esisteva una tradizione spirituale che stava producendo un elevato numero di contemplativi e studiosi di tutto rispetto, per cui non c’era bisogno di molte innovazioni. In quella situazione, si poneva l’accento sulla preservazione della tradizione, piuttosto che sull’ingegnosità.


Ma ora che per il buddismo il contesto sociale in Asia sta cambiando tanto drammaticamente e rapidamente, per non parlare del buddismo in occidente, c’è bisogno di molto più equilibrio tra la preservazione e l’adattamento intelligente, e i tibetani e gli occidentali devono discutere insieme di queste cose.


Brian Hodel: I lama tibetani in occidente parlano di queste cose? Fanno domande sull’efficacia dei loro insegnamenti?


Alan Wallace: Devono esserci degli insegnanti – sia lama tibetani che buddisti occidentali – che prestano attenzione a ciò. Ma non ho sentito grandi dibattiti in proposito; questo è un argomento delicato. Se gli studenti non ricevono benefici profondi dalla pratica buddista, così come è stata loro insegnata secondo la tradizione tibetana, gli viene detto che il difetto è in loro e non negli insegnamenti, i quali sono puri e infallibili.


Un’alternativa è non concludere che il buddha-dharma è difettoso, ma chiedere: all’interno della vasta gamma delle pratiche insegnate dal Buddha e successivamente dagli insegnanti indiani e tibetani, quali e in che sequenza possono essere insegnate agli studenti occidentali affinché questi ultimi ne ricavino il massimo beneficio?


Per rispondere a questa domanda, dobbiamo reintrodurre una dose massiccia di empirismo e pragmatismo, che sono perfettamente coerenti con gli insegnamenti del Buddha. E cosa aiuta davvero a purificare la mente, in modo che le afflizioni mentali diminuiscano, provocando appagamento, serenità, saggezza e compassione più grandi? Cosa funziona davvero?


Brian Hodel: Una volta hai detto che per la salute di una religione, specialmente del buddismo, è essenziale produrre continuamente contemplativi di professione, ovvero persone totalmente dedite alla vita contemplativa. Perché questo è importante?


Alan Wallace: Il Dalai Lama ha detto, in un’occasione, che nel buddismo esistono affermazioni straordinarie sul potenziale della consapevolezza umana e sui risultati raggiunti dai contemplativi del passato, tra cui la concentrazione meditativa, le intuizioni contemplative e una vasta gamma di capacità paranormali culminanti nell’illuminazione stessa. Il Dalai Lama ha paragonato questi racconti alla cartamoneta, che ha valore se la gente crede che dietro di essa esiste un sistema aureo.


Il “sistema aureo” della cartamoneta di tali affermazioni buddiste è che le persone dell’attuale generazione raggiungano simili stati di realizzazione. Anche se solo un decimo dell’uno per cento della popolazione buddista conseguisse tale profonda realizzazione, vorrebbe dire che in ogni generazione esistono almeno alcuni individui che hanno raggiunto il “sistema aureo” degli insegnamenti.


Se in una comunità buddista hai mezza dozzina di persone che hanno conseguito il samadhi profondo, mostrando notevoli capacità come risultato delle loro realizzazioni contemplative e raggiungendo alla morte il “corpo di arcobaleno”, lasciandosi dietro solo i capelli e le unghie, beh, è qualcosa di molto affascinante! Quindi, se vogliamo risvegliare l’aspirazione a conseguire queste realizzazioni elevate, abbiamo bisogno di esempi viventi.


Non abbiamo molti esempi di occidentali, e possiamo chiederci se qualcuno di essi abbia mai raggiunto questi stati avanzati di realizzazione. E man mano che i lama anziani muoiono, ci si può chiedere anche se oggi esistono contemplativi asiatici che hanno raggiunto quegli stati. Altrimenti, la cartamoneta del buddismo sembrerà sempre più priva di valore.


Per conservare gli insegnamenti buddisti nella loro integrità, abbiamo bisogno sia di studiosi di professione che di contemplativi, ovvero di persone che si dedicano totalmente, con motivazioni pure, allo studio prolungato e alla pratica meditativa. E non solo per qualche mese, ma per tutta la vita. Inoltre, il laicato buddista deve dedicarsi al mantenimento dei monaci, delle monache e dei seri praticanti laici che desiderano assumersi tale impegno. Questo è stato un elemento chiave della fioritura del buddismo in Asia, ed è un errore pensare che in occidente possa avvenire altrettanto senza un impegno simile da parte degli insegnanti, gli studenti e la comunità buddista in generale.


Brian Hodel: A questo punto, secondo te, cosa può funzionare?


Alan Wallace: Come ho detto prima, in occidente viviamo in una società non-contemplativa in cui non esiste alcun contesto teorico, pratico o sociale per una profonda pratica buddista. Ma molte persone sono interessate ad approfondire la conoscenza sul buddismo, e naturalmente vorrebbero farlo nel modo più efficiente possibile. Secondo me, questo dimostra la necessità di centri educativi che offrano un’istruzione rigorosa e prolungata sui vari elementi della filosofia, la psicologia, l’etica, la meditazione ecc. del buddismo. Ma tali insegnamenti devono essere accompagnati da un dialogo con la civiltà occidentale, o almeno devono mostrare sensibilità nei suoi riguardi.


Secondo: occorrono centri di formazione contemplativa pensati per offrire un ambiente favorevole a una pratica lunga e rigorosa. E in tali centri potremmo anche fare ricorso a elementi della nostra tradizione occidentale, come la psicologia ecc., per vedere se la pratica sta dando quei benefici per cui è stata concepita. Se è così, ottimo! Altrimenti, in stretto dialogo con gli insegnanti tibetani, dobbiamo vedere in che modo può essere modificata per produrre negli occidentali le intuizioni e le trasformazioni desiderate.


Possiamo cominciare questa impresa con uno spirito di avventura. Se vogliamo, possiamo accettare per fede le affermazioni straordinarie degli insegnanti buddisti sulla natura e il potenziale della consapevolezza. Ma a quel punto, invece di fare della nostra fede un credo dogmatico, possiamo usarla come un’ipotesi di lavoro e metterla alla prova dell’esperienza. Quale avventura è più grande dell’esplorazione delle profondità della consapevolezza?


Brian Hodel: Dove pensi che porterà tutto ciò?


Alan Wallace: Se la commercializzazione del buddismo continua, e con essa la perdita di gran parte del suo straordinario rigore intellettuale e contemplativo, il buddismo tibetano corre il pericolo di perdere la sua integrità in occidente e farsi assimilare totalmente in un’amorfa cultura New Age. D’altra parte, tra molti buddisti tibetani in oriente e in occidente scorgo una grande apertura, sincerità e spirito di ricerca: ciò mi fa sperare che questa tradizione sta attraversando un rinascimento vitale. Forse il suo momento migliore sta nel futuro. Come si svilupperà, resta da vedere. Dipende da noi.

mercoledì 18 marzo 2009

Il DONO di un LOBO FRONTALE.


Alcune considerazioni su corpo/ mente/spirito Questo estratto dal libro "Invito al Benessere"(Urra 2008) è stato appositamente scelto per la chiarezza e la fruibilità con cui tratta, facendoli interagire, i segmenti delle nuove scienze al servizio del benessere. In questo modo il collegamento tra le neuroscienze, l'epigenetica, la fisica quantistica... acquista uno mobilità e una facilità di comprensione tale da essere di supporto all'approfondirsi del nostro vivere in modo più consapevole.


La nuova concezione dell'organismo come una rete di informazioni e la realizzazione che il nostro cervello cambia costantemente a seconda dei nostri pensieri, valori, atteggiamenti, stati d'animo, azioni, gesti ecc. sono scoperte di fondamentale importanza e presentano implicazioni
significative. Nella visione meccanicistica di Newton, dove il corpo era visto in termini di energia e materia, ben poco margine rimaneva per la flessibilità, il cambiamento e la modulazione dell'intelligenza.


Ora sappiamo che mettersi seduti a visualizzare qualcosa che ci aiuti a uscire da uno stato interiore negativo o insano, significa esercitare un controllo sul cervello che lo fa cambiare. Che ne siamo consapevoli o no, stiamo producendo continuamente dei cambiamenti volontari nel nostro cervello. Il fatto che si scelga di generare stati interiori di empatia e compassione o di ostilità e giudizio implica cambiamenti diversi nel cervello. Se il nostro cervello non è composto da strutture rigide e fisse come pensavamo precedentemente ma è così duttile e plastico da trasformarsi costantemente a seconda di ciò che pensiamo o facciamo, allora acquisire abitudini di un certo tipo rispetto ad altre diventa fondamentale.


La reiterazione di gesti e comportamenti, se supportata abbastanza a lungo, crea nuovi percorsi neuronali che sosterranno nuovi comportamenti e nuove percezioni. Scopriamo che il modello che abbiamo ricevuto in dotazione è predisposto per nuove infinite possibilità potenziali.
Cambiare abitudini indesiderate, modi di pensare frutto di condizionamenti negativi, attitudini emozionali distruttive, ecc. alla luce delle recenti scoperte della neuroscienza diventa un processo non soltanto molto più possibile di quanto non apparisse in passato, ma appassionante.


La zona dei lobi frontali e prefrontali del cervello pensante assume un nuovo ruolo. Questa parte della neocorteccia, che riguarda alcune forme di ragionamento e l'attivazione di certi tipi di emozioni positive, ha dimostrato di poter intervenire a ridimensionare e inibire le reazioni istintive e spesso eccessive dell'amigdala legate agli antichi programmi di sopravvivenza. Aumentando le nostre capacità di riconoscimento (funzione del ragionamento) si accresce l'attivazione dei lobi frontali, il che può favorire certi tipi di emozioni positive.


Quando si commettono violenze o atti socialmente dannosi l'attivazione dei lobi frontali risulta ridotta. Studi compiuti su individui che agiscono comportamenti istintivi antisociali senza curarsi delle conseguenze, dimostrano l'atrofia dei lobi frontali 26. Ne consegue che i pensieri che coltiviamo hanno il potere di rafforzare o indebolire le nostre emozioni positive, così come attivare e rafforzare zone del cervello che favoriscono un miglior equilibrio emozionale, o altre che invece lo destabilizzano, dipende da noi.
La medicina cinese chiama il cervello “cuore celeste” e riconosce sentire e pensare come processi in continua comunicazione dinamica che insieme vanno a costituire la struttura emozionale/cognitiva, sottolineando nell'uomo il modello olistico.



I lobi frontali sono in grado di compiere un'operazione molto complessa: quando ci focalizziamo su qualcosa, ci distacchiamo totalmente dall'esterno, quando siamo veramente impegnati con un concetto esso diviene neurologicamente parte del nostro essere. Il cervello si riformula allora per includere quei processi mentali come un nuovo tessuto del nostro essere, ed è in grado di creare un modello più vasto di idee basate su ciò che ha trovato utile nell'integrazione di esperienze passate. Quando diventiamo uno con l'idea, si acquietano tutte le altre zone della neocorteccia che sono associate con la consapevolezza del corpo e dell'ambiente. Così l'illusoria separazione dal resto del mondo si assottiglia... quando siamo uno con ciò che pensiamo e facciamo non siamo più separati, ma parte del Tutto.


A questo punto è importante menzionare una scoperta fondamentale sull'anatomia della cellula, che risale agli inizi degli anni Novanta ma che “stranamente” è poco conosciuta: i nostri geni non si autocontrollano, ma sono controllati dall'ambiente, come dimostra la nuova scienza dell'epigenetica. Prima si credeva che il nucleo che contiene il DNA fosse il “cervello” della cellula necessario al suo funzionamento. Ma è stato verificato che la cellula può vivere e funzionare bene anche se il nucleo viene rimosso. Il vero cervello della cellula risulta così essere la membrana che reagisce e risponde alle influenze esterne, e si aggiusta in modo dinamico a ogni cambiamento dell'ambiente.


Questo significa che la trasmissione genetica, a cui la scienza ha sempre riconosciuto il ruolo primario nella trasmissione delle malattie, è responsabile della nostra salute e malattia soltanto marginalmente, per il 5%. Ciò che assorbiamo giorno per giorno nella prima infanzia sotto forma di programmi inconsci è la principale fonte del nostro profilo biologico ed è direttamente responsabile di come ci sentiamo e della nostra esperienza del mondo. I nostri geni sono sotto il controllo del sistema di credenze e convinzioni trasmesso dal sistema familiare e dalle influenze ambientali principalmente nei primi 6 anni di vita.


I segnali ambientali a volte sono diretti, a volte sono interpretazioni; è allora che le percezioni si trasformano in sistemi di credenze e convinzioni. Per esempio, se in seguito a una percezione ho sviluppato una convinzione inconscia, la mia biologia si “aggiusta” su quella particolare convinzione. Credenze e programmi inconsci sono quindi responsabili della nostra salute, di come ci sentiamo e percepiamo il mondo. In altre parole sperimentiamo ciò che crediamo.
Bruce Lipton, il biologo della cellula a cui dobbiamo queste scoperte, è molto esplicito e afferma: “Non siamo vittime dei nostri geni, ma maestri del nostro destino” (27).


Nel suo libro Biologia delle credenze: liberare il potere della consapevolezza, della materia e dei miracoli (28), Lipton dice inoltre che il corpo/ mente è progettato per autoguarirsi, ma noi occidentali in particolar modo possiamo accedere in modo molto limitato a questo potenziale, perché abbiamo sviluppato e consolidato credenze che cedono ai medici, gli “esperti”, il nostro potere. Per riprogrammare le nostre cellule Lipton parla degli strumenti di sempre: le tecniche di lavoro sull' inconscio per modificare le strutture di riferimento interne, la meditazione e tutto ciò che può favorire la consapevolezza e la presenza.


“I pensieri sono cose”, affermava il grande guaritore e mistico Edgar Cayce, e si sta oggi precisando sempre di più la comprensione di come i pensieri siano in grado di creare realtà. Questo lo possiamo verificare anche da soli nel quotidiano notando come, per esempio, quando siamo innamorati stiamo bene, tendiamo al positivo, siamo in apertura verso la vita e le esperienze; quando siamo invece preda della paura, la nostra energia si paralizza, ci chiudiamo e ci predisponiamo al peggio.


Altre recenti scoperte provano quello che le antiche discipline mediche e spirituali affermano da sempre: le parole hanno il potere di modificare il DNA (vedi Fozar e Bludorf, pag. 236), quindi attenzione ai pensieri, parole interiori con le quali commentiamo costantemente le esperienze. Grazie alle informazioni più recenti della neuroscienza e dell'epigenetica, ora risulta più facile capire perché la meditazione abbia un'influenza così positiva sugli individui. La meditazione, aiutando pensieri, emozioni e sensazioni rimossi e sepolti a riaffacciarsi alla coscienza, fa sì che i peptidi si rimettano in circolazione e favorisce così il riequilibrio.


Coltivare la presenza, la capacità di osservare i pensieri e comprendere che non siamo la mente, non siamo le emozioni e non siamo nemmeno il corpo che può ammalarsi e morire, permette inoltre a nuovi circuiti di venire creati nel cervello. Questi nuovi percorsi neuronali vanno a sostenere abitudini più sane e consapevoli e potenziano i lobi frontali. Questi ultimi possono così acquisire sempre di più la capacità di gestire le pulsioni istintive legate alla sopravvivenza dei cervelli più antichi, di dare una miglior valutazione del contesto per uscire dallo schema della paura. Modificare con la consapevolezza il nostro sistema di convinzioni e credenze, così che la mente possa svolgere un ruolo positivo e creativo di sostegno alla persona che vogliamo essere oggi, può influenzare addirittura la nostra intera biologia e il DNA!


Un ampliamento delle funzioni dei lobi frontali è inoltre connesso alla percezione di stati di estasi mistica o religiosa, stati di connessione e comunione con il Tutto, come abbiamo già ricordato e come dimostra la ricerca del neuroscienziato A. Newberg dell'Università della Pennsylvania. Newberg ha sottoposto a indagine con tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli (SPECT) monaci buddisti e suore cattoliche con decenni di esperienza meditativa. Secondo i dati forniti dalla SPECT, durante l'esperienza di trance estatica risultano più attivi dei normale i lobi frontali del cervello, la parte che regola anche la concentrazione e la pianificazione dell'agire.


Praticando la meditazione, possiamo riuscire a controllare sempre meglio il nostro temperamento, non come mera repressione ma come intervento di consapevole contenimento che possa fornirci più possibilità di scelta sui comportamenti da agire.
Le emozioni possono prenderci di sorpresa; a volte sono così repentine da sembrare automatiche, ma lo spazio meditativo può consentirci di aumentare il tempo che intercorre tra impulso e azione. Praticare tecniche di meditazione catartiche può permetterci di liberarci dai vecchi depositi di emozioni distruttive del passato e di fare pulizia delle tensioni quotidiane; così non saremo più come una polveriera pronta a scoppiare.


Essere più rilassati quando siamo alle prese con le emozioni distruttive ci permetterà di far intervenire sempre di più la presenza e la consapevolezza. Possiamo così imparare a riconoscere meglio i nostri impulsi, a essere capaci di valutarli, a decidere se vogliamo agire o no in base alla spinta emozionale.
Un altro aspetto per cui la meditazione è preziosa è la tendenza della mente a creare concatenazioni di pensieri negativi.
Quando sorge un pensiero di rabbia, o di paura, di gelosia e non siamo preparati ad affrontarlo, nel giro di pochi attimi il primo ha generato un secondo pensiero, che dà vita a un terzo, che a sua volta conduce a un quarto e così via.


Come la foresta che va a fuoco per una scintilla, ben presto la nostra mente è invasa da pensieri che rendono sempre più solida e concreta quell'emozione perturbante, e ormai siamo nei guai. È difficile a questo punto riuscire a prendere distanza dallo stato emotivo in cui ci ritroviamo completamente immersi e in questo modo l'emozione ci tiene in scacco, ci rende schiavi. Per un certo tempo saremo in sua balìa.
La meditazione ha da secoli creato tecniche e accorgimenti per evitare di essere preda di spazi emozionali che turbano la mente.


Per liberarsi dalla tirannia di pensieri perturbanti ed emozioni distruttive, è necessario per prima cosa imparare a osservare il pensiero; non appena esso si manifesta osservarlo fino ad arrivare alla fonte da cui arriva e indagare sulla sua natura. Con un po' di pratica, nel giro di qualche minuto sarà possibile riconoscere per esempio che quel pensiero ha radici in esperienze passate: guardando bene forse possiamo riconoscere che non appartiene nemmeno a noi, ma è di nostra madre, di nostro padre, o del nonno ecc. Mentre riportiamo alla luce tutto ciò che riguarda quel pensiero, la sua solidità mano a mano viene meno:


il pensiero perde potere e a un certo punto svanisce perché la consapevolezza gli ha sottratto il materiale che poteva permettergli di avere consistenza. Nel caso quel pensiero sia già riuscito a evocare catene di pensieri negativi, può essere molto utile risalire la catena dall'ultimo pensiero al primo e verificare così di cosa effettivamente si tratta. Di solito emergono schemi inconsci legati alla sopravvivenza (l'amigdala al lavoro…) che ben poco hanno a che fare con il momento presente. Se siamo in grado di comprendere e riconoscere anche la catena dei pensieri negativi, perderà potere.


Possiamo così recuperare il nostro equilibrio con la soddisfazione di sapere che stiamo favorendo non soltanto la nostra capacità di vivere serenamente il presente ma anche il consolidamento di nuovi circuiti più evoluti nel nostro cervello.
Procedendo in questa pratica, è sempre più facile rafforzare la propria abilità a riconoscere gli schemi mentali quando insorgono e limitare così i danni. Ogni volta che usando la consapevolezza o una tecnica meditativa, siamo in grado di ridimensionare l'impatto dei pensieri che alimentavano le emozioni distruttive, facciamo un passo avanti sulla strada della liberazione.


Quando insorge un pensiero con forti connotazioni di turbamento emotivo, per esempio di rabbia, paura o gelosia, adesso puoi subito riconoscere che tipo di pensiero è, e non ci caschi. Sai che tenterà di far proliferare un'intera famiglia di considerazioni negative, e non ti coglie più impreparato; ora sai cosa fare e non ne vieni più sopraffatto.
Il sincero desiderio di essere libero dal dominio della mente e l'avventura appassionante di mettere in atto un addestramento costante, potranno renderti sempre più libero dall'influenza dei pensieri e delle emozioni, il che equivale a essere sempre più libero da gran parte della sofferenza interiore.


Più c'è identificazione con la personalità, più sarà facile essere preda dei comportamenti automatici mediati dalle strutture dei cervelli più antichi, cadere nelle trappole della paura o della rabbia, sentirsi offesi o vittime e rispondere di conseguenza. La meditazione, favorendo lo spazio del testimone e la realizzazione che non siamo i pensieri e nemmeno le emozioni, ci permette nuove prospettive rispetto ai percorsi abituali. Questo è quello che intende Nisargadatta Maharaj quando afferma: “La storia personale dipende dalla struttura, quindi scartala (...) aggrappati soltanto all'Io Sono” (29).


Questo è quello che intendono i Maestri quando affermano: “Osserva che non sei la mente”. Quando la mente diventa silenziosa, allora può fare esperienza di ciò che è oltre le sue frontiere e ogni senso di divisione scompare, si è uno con il Tutto. Sperimentare questo di solito ci porta a rivedere le nostre priorità nella vita, a riconsiderare che cosa è importante e che cosa non lo è.
Questo modo di procedere può fare di noi persone diverse, e quale potrebbe essere l'impatto di questa trasformazione su scala più allargata?


La società mostra di essere al momento in preda a terribili problemi e la sofferenza è molta. E se invece di continuare a indicarne le cause al di fuori di noi - la politica, l' economia, la trasformazione del clima ecc. - guardassimo dentro e ci chiedessimo che impatto hanno sulla società l'odio, l'intolleranza, i pregiudizi, la violenza, la crudeltà e tutte le altre emozioni distruttive che albergano in ognuno di noi?
Se, grazie al fatto che cervello e corpo/ mente sono plastici e malleabili possiamo uscire da rigidità e vecchi programmi che le nostre stesse convinzioni e i nostri investimenti rendevano così difficili da cambiare, allora forse possiamo essere motivati a sperimentare ogni mezzo che possa risvegliare il nostro potenziale più evoluto e consapevole.


Un potente strumento di trasformazione lo abbiamo a portata di mano, ed è disponibile da migliaia di anni: la meditazione. Non ci richiede adesioni a principi religiosi o dogmi, soltanto pratica.
Esistono già varie esperienze di realtà sociali, come ospedali, carceri, comunità di recupero per tossicodipendenti e ambienti di lavoro in cui la meditazione è stata sperimentata, con ottimi risultati. Salzberg e Kabat-Zinn utilizzano da qualche anno tecniche di meditazione tratte dalla tradizione buddista Theravada e Zen nella clinica del Medical Center dell'University of Massachussets, sia con i ricoverati sia con il personale sanitario (30).


Il programma di meditazione proposto è organizzato come un corso della durata di otto settimane, con pratica sul posto e a casa. Il presupposto da cui si parte è che la consapevolezza, anche applicata al di fuori delle tradizioni spirituali, può aiutare chiunque a stare meglio e costituire una potente terapia per tutti i tipi di malattia. Nel corso viene insegnato a osservare i pensieri e le sensazioni così come si presentano e a non identifi carsi, a imparare a vedere le cose per quello che sono e rimanere in uno spazio di calma e serenità. I partecipanti riportano di aver sperimentato una quiete e una pace mentale tali da alleggerire dolore e inquietudine, così come maggior benessere e serenità.


Kiran Bedi, direttrice del carcere di Tihar a Nuova Delhi, ha introdotto la Meditazione Vipassana nel carcere, con risultati molto positivi (31). Esperienze con la Meditazione Vipassana sono state sperimentate anche in altre prigioni, negli Usa, a Taiwan e in Inghilterra, sempre con ottimi risultati 32. L'associazione Sammasati, a cui aderiscono discepoli di Osho e non, ha svolto nel carcere Pagliarelli di Palermo dal 2000 al 2002 e nel 2004-2005 nel carcere minorile Malaspina, cicli di Meditazione Dinamica, tecniche di respirazione, esercizi di yoga e rilassamento con grande apprezzamento dei detenuti (33).


L'organizzazione per la Meditazione Trascendentale fin dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso ha sistematicamente condotto esperimenti per verificare se la meditazione, emanando un campo di vibrazione positiva potesse ridurre la violenza e la guerra nel mondo.
Benché la Meditazione Trascendentale sia guardata con sospetto per la tendenza del suo leader Maharishi a promuovere i suoi interessi personali, è comunque interessante riportare alcuni dei risultati.


Nel 1983, durante il conflitto arabo-israeliano, un gruppo di Meditazione Trascendentale in Israele si riunì per meditare tutti i giorni per due mesi. Quando il numero dei meditatori era alto, si poteva constatare che diminuiva il numero dei morti nel conflitto (fino al 76%) e diminuivano anche gli incidenti automobilistici e gli incendi. Uno studio del 1993 condotto a Washington D.C. dimostrò che quando il gruppo di meditatori di Meditazione Trascendentale si riuniva, il tasso di criminalità scendeva in modo significativo. Un altro esperimento condotto in 24 città statunitensi, e in seguito esteso a 48, mostrò che quando l'1% della popolazione effettuava regolarmente M.T. i crimini diminuivano del 22-24% (34).


Un programma di meditazione di alcuni mesi organizzato da medici dell'Università di Augusta in Georgia è stato svolto recentemente in una scuola pubblica su un gruppo di adolescenti caratterizzato da basso reddito e alta aggressività. Il gruppo dei ragazzi coinvolti nell'esperimento ha fatto registrare la riduzione dell'80% di sospensioni e richiami e una netta diminuzione di ritardi e assenze (35).
A quanti sono ancora convinti che la meditazione sia una pratica che abbisogna di particolari condizioni e mal si adatta a essere praticata nella realtà di tutti i giorni, riportiamo l'esperienza dell' Osho Center for Consciousness in Organizations (OCCO).


L'OCCO è costituito da un gruppo di persone tra manager, consulenti d'azienda e formatori che si sono associati con l'intento di offrire consulenze e programmi sia ad altri professionisti sia alle aziende, così da poter applicare concretamente la visione e le intuizioni di Osho sul mondo del lavoro e della realtà sociale. Tra i programmi offerti dall'OCCO in varie parti del mondo, citiamo per esempio cicli di meditazione svolti negli anni scorsi in Scandinavia da una compagnia di guidatori di autobus, in Svezia da un reggimento di ufficiali dell'esercito, in Germania da una compagnia di assicurazioni, in Brasile dal personale di diverse banche.


Tutte queste esperienze hanno mostrato di favorire nelle persone coinvolte maggior benessere e rilassamento e inoltre un notevole incremento della continuità e del rendimento sul lavoro (36).
Il fisico I. Prigogine, che nel 1977 vinse il premio Nobel per la sua teoria delle strutture dissipative, dimostrò con questa specie di teoria del caos che ogni sistema - molecolare, solare o sociale - necessita di un periodo di dissoluzione prima di poter fare un salto di qualità nel livello di organizzazione.


Pare che tutti i processi evolutivi abbiano bisogno di procedere in maniera disordinata, caotica, lasciando però spazio a un mistero che, orchestrando sottilmente gli eventi, in qualche modo assicura che ogni filo, anche di ciò che può apparire un disastro o un errore, troverà il suo posto nel grande disegno del Tutto.
Le più recenti scoperte scientifiche confermano quello che le antiche discipline esoteriche affermano da sempre: l'uomo è libero di creare e modificare il mondo e il suo destino.


J. Hagelin, fisico quantistico di fama mondiale che ha trascorso gran parte degli ultimi venticinque anni alla guida di un'indagine scientifica sui fondamenti della coscienza umana, afferma che il nostro cervello è progettato per fare esperienza del campo unificato, dell'unità della vita; esso può cambiare e adattarsi e aiutarci a trasformarci in qualcosa di migliore rispetto a quello che siamo ora.
Secondo Hagelin, “l'illuminazione è nostro diritto di nascita, abbiamo i collegamenti neurali necessari. È ciò che il cervello umano è stato designato a sperimentare”(37).


In quest'ora oscura per il pianeta in cui la logica della manipolazione, della sopraffazione e dello sfruttamento indiscriminato sembra essere giunta alle sue manifestazioni più estreme e l'equilibrio mondiale si regge su presupposti sempre più fragili, non dobbiamo smettere di sperare nell'uomo nuovo e ricordare che è necessario operare per farlo nascere per prima cosa dentro di noi.

di Annalisa Faliva -
Fonte:
NOTE:
26. Dalai Lama, Goleman 2004.
27. Dall'Intervista rilasciata a Jill Neimark, in «Spirituality & Health magazine»,
February 2006, .
28. Lipton 2006.
29. Nisargadatta Maharaj 2001.
30. Salzberg, Kabat-Zinn, 1997, in Goleman, LeEmozioni che fanno guarire.
31. Sull'esperienza K. Bedi ha scritto un libro, LaCoscienza di sé, Giuffrè.
32. Sito:
33. Sito:
34. L.Mc Taggart 2005.
35. Goleman 1998.
36.OSHO 1997.
37. Arntz, Chasse, Vicente 2006.

Il potere di guarigione dei Mantra.



I Mantra e la loro capacità di cura fisica,mentale e psichica sono poco conosciuti nel Mondo Occidentale. Sebbene abbiamo molta familiarità con le parole di potere magico (quelle sillabe segrete che se pronunciate aprono la via di accesso rivelando tesori nascosti), siamo generalmente inconsapevoli del significato esoterico di tali racconti. Queste infatti sono effettivamente delle allusioni popolari ai suoni sacri sottili usati dagli adepti di mantra, che aprono la caverna sì, ma del cuore verso un amore universale e ne rivelano il tesoro dello Spirito.

Il Maestro di Mantra Yoga Muz Murray (Ramana Baba) è un grandissimo esperto di questa disciplina orientale. Ad un certo punto della sua evoluzione spirituale Muz Murray decise di verificare le proprie esperienze direttamente alla fonte. Partì per l’Asia in pellegrinaggio come sannjasi, ovvero come monaco rinunciante, alla riscoperta del suono: aveva 32 anni. Ripercorse gli itinerari della via della seta tracciati dagli antichi monaci che lo avevano preceduto.

Il pellegrinaggio durò in tutto tre anni e fu compiuto a piedi per non perdere nulla sulla realtà che Murray stava indagando. I suoi sforzi furono premiati. Egli lanciò un ponte tra “l’io agisco” occidentale e “l’io sono” orientale che, nella sua esperienza, riguardava l’aspetto più puro, enigmatico,inintelligibile della materia: il suono. Concepito come effetto del mondo materiale ,nella concezione occidentale comune, mentre interpretato come causa del mondo manifesto in quanto vibrazione divina, OM primordiale , per gli Yogi indiani. All’India seguì la Turchia dove incontrò i Dervisci, si fermò a vivere assieme a loro, assimilando la loro cultura ed esperienza.

Di loro Murray scriverà “Quando ballano hanno una estrema sensibilità al suono ed emettono canti che ben si armonizzano con le figure che eseguono; il ballerino centrale sta in mezzo alla stanza, un primo cerchio di dervisci intorno a lui canta girando in un certo senso, un secondo cerchio cantando, gira in senso opposto, nei vari angoli ci sono cantanti e musicisti che suonano percussioni ed altri ancora che cantano in tonalità differenti.

L’effetto di tutti questi suoni stimola pulsazioni che danno l’impressione di essere nel cuore dell’ universo”. Per mesi e mesi Murray errò attraverso l’Asia tra i Sufi della Turchia, tra i Rishi e gli Yogi dell’India e del Nepal, vestito da saninjasi e chiedendo l’elemosina per sopravvivere, esercitò il compito di insegnante di Mantra yoga in un tempio del sud dell’India. Ritornò in Inghilterra riportando un sé stesso mutato, aveva riscoperto le tecniche ed i segreti del suono primordiale che gli consentirono di applicare concretamente quanto egli aveva intuito alcuni anni prima: le sillabe, i Mantra, i modi di intonazione, le modalità di vibrazione, l’uso della voce, la respirazione…

Questi segreti, scoperti dai Rishi all’inizio dei tempi, gelosamente custoditi erano trasmessi di generazione in generazione da maestro a maestro. Durante la sua esperienza di insegnante fu il testimone di reazioni anomale e di vissuti dolorosi dei suoi studenti e, per essere in grado di interpretare tutto ciò, si dedicò allo studio della psicologia per tre anni con psicoterapeuti inglesi e canadesi, giungendo alla conclusione che il potere di guarigione dei Mantra non aveva uguali, in quanto operava direttamente sulla sostanza costitutiva, l’essenza di ogni essere umano.

Alle stesse conclusioni ancor prima di Murray, era giunto l’amico Dr. Mishra, che aveva abbandonato la neurochirurgia, scegliendo l’abito arancione con il nome di Sri Ramamurti. Oggi Murray dopo aver fondato vari centri di terapia, opera in campo spirituale con gruppi di yoga e studenti diffondendo la sua esperienza in quasi tutto il mondo. Nonostante abbia acquisito il diritto di portare la veste arancione ed il nome di Ramana Baba, non si considera né uno swami, né un insegnante della nuova generazione,ma piuttosto un “giardiniere dell’ anima”, ovvero “un mucchio di vecchio concime” da depositare nei “giardini interiori dei suoi studenti”.

E’ un seguace della Via della Mistica Universale che abbraccia l’essenza di tutte le tradizioni senza riconoscersi in alcuna in particolare, nello specchio dell’eterna verità. Murray scrive “il suono ha un effetto straordinario sulla nostra mente e sul nostro corpo in quanto ogni organo ha e mantiene una forma precisa grazie ad un suono che anima le cellule creando un campo magnetico di vibrazioni.

Tutti i suoni dei vari organi del corpo creano una sinfonia completa che produce un solo suono per la forma umana.Dunque , dal momento che siamo sinfonie viventi, siamo sensibili anche ai suoni esterni, ed in particolare a quelli curativi, i mantra cioè i suoni della struttura divina. L'intelligenza cosmica esercita un'azione perfetta su tutto l' universo tranne che sull'uomo. Perchè? E' un vizio mentale che ne blocca l'azione. Gli uomini credono di poter controllare il proprio destino e le proprie emozioni. Se potessimo dissolvere questo meccanismo di contrazione, potremmo cominciare a "funzionare" come il resto della creazione.

Immaginate un albero seduto a pensare come farà a fare frutti se dovessero mancare a sufficienza sole o pioggia? E' ciò che noi facciamo continuamente, e fino a quando continueremo a farlo saremo divisi dalla natura. Fin dal tempo della nostra infanzia abbiamo sepolto la nostra energia mentalmente e fisicamente.

Quando cantiamo o recitiamo i Mantra, questi producono vibrazioni nel corpo che massaggiano internamente le parti contratte: non appena si placa la tensione, si allentano le emozioni e i pensieri che le hanno causate e i praticanti cominciano a percepire l' energia in movimento nel proprio corpo, bloccato in modi differenti per vari anni. Tutte le manifestazioni della vita derivano dalle vibrazioni del suono, cioè da Dio, vibrazione primordiale.

La disarmonia con queste vibrazioni divine ci indica un malessere psicologico e fisico e il bisogno di accordare la nostra consapevolezza con quel suono che riempie l' universo e lo mantiene in equilibrio.E ancora continua Murray ”Il Mantra è un profondo metodo di risveglio spirituale e di trascendenza. E’ una forma di Yoga che parla alle radici profonde dell’uomo. Queste vibrazioni sottili svegliano i centri della mente addormentati accordandosi alle facoltà spirituali,psichiche e fisiche alle vibrazioni primordiali del creato.

Tutti i più grandi testi di yoga enumerano come pratiche più importanti le ananas (posture), poi il pranayama (esercizi ci controllo ed espansione del respiro), pratyahara (ritiro di coscienza dal mondo esterno), seguito dal Raja Yoga (Regale). L’insegnamento si sposta su esperienze più alte del Laya Yoga (Yoga della trasformazione), i Mantra Yoga ( ripetizione di sacre sillabe mistiche) e il Nada Yoga (lo Yoga del suono sottile). Per portare il corpo- mente-spirito verso un bilanciamento armonioso, queste forme devono essere coltivate nello stesso tempo.

E’ l’equivalente del costruire una casa e dimenticare di mettere l’impianto idraulico e i circuiti elettrici nello stesso tempo– asserisce Murray - . Naturalmente può essere fatto anche in un secondo tempo, ma è molto meno efficiente. La parola Mantra in sé stessa significa “ che protegge la conoscenza”: la prima sillaba man deriva dal sanskrito ”Manas” pensiero, funzione mentale e il suffisso “tra” che protegge.

Quindi l’uso del Mantra ci protegge dal costante flusso mentale del pensiero, della paura, dell’apprensione e delle negatività e da tutti gli inutili relitti del pensare troppo. In breve ci protegge dalla nostra mente e ci libera dall’inquinamento dei nostri pensieri. Con la pratica costante della ripetizione di Mantra, si attivano le energie psicologiche delle nadi, si rivitalizza la ghiandola pineale che risveglia le capacità intuitive, e spesso dona la gioia estatica nel praticante.

Le vibrazioni armoniche sottili dei Mantra cantati, sia mentali che vocali,agisce come agente di pulizia e purificazione della nostra coscienza. Gli yoga-Rishi scoprirono che certi suoni causavano in loro gioia e estasi, alcuni illuminavano la mente, altri erano portatori di tremendi poteri psichici, profonda tranquillità o energia inesauribile,libertà dalla paura, o guarigione mentale e fisica. In India non è inusuale che medici omeopatici prescrivano specifici Mantra invece che i rimedi usuali, ciò non è divertente o semplicistico come potrebbe sembrare ad una mente razionale.

Da centinaia di anni in Africa si è risaputo che certe frequenze ritmiche di percussioni servono per fermare la febbre. Metodi simili sono usati oggi da praticanti radionici avanzati che usano sofisticati strumenti al posto dei tamburi, e anche negli ambienti allopatici, la musicoterapica comincia ad essere utilizzata in trattamenti di problemi sia fisici che mentali. Solo recentemente nel mondo occidentale si è scoperto che certe onde di suono hanno la capacità di attivare la guarigione cellulare quando rivolte su ferite del corpo e questi suoni hanno dimostrato la capacità di promuovere e velocizzare la guarigione perfino in metodi ortodossi.

È così che anche la scienza medica comincia a rivendicare le scoperte dei saggi di millenni fa. Che cos’è dopotutto una dose di medicina allopatica? È una sostanza composta di molecole atomiche in uno stato denso di vibrazione. La medicina omeopatica è ad un gradino superiore: è un rimedio ad alta diluizione che sembra non contenga nulla della sostanza originale, ma vengono potenziate con frequenze potenti in grado di riprodurre gli effetti della malattia.

Questo fa si che il corpo scacci la malattia senza gli effetti collaterali della chimica, semplicemente con una frequenza similare. Una frequenza sonora lavora su di un principio simile. Ricerche mediche di una Università di Parigi, hanno trovato che certi suoni ripetitivi rivolti ad una cellula cancerogena, la distruggono. “Negli ultimi anni ho avuto parecchi casi di cancro in studenti dei miei corsi di mantra”, dice Muz Murray“ ho cominciato a ricevere lettere di persone che avevano evitato l’asportazione chirurgica, una signora che doveva subire una vasectomia, dopo 5 giorni di seminario sul mantra trovò che il suo tumore era diminuito , cosicché l’asportazione del tumore non era più necessaria.

Cinque anni dopo canta ancora e ha ancora il suo seno. Un’altra donna con un cancro alla gola, con grosse difficoltà a parlare ha avuto una remissione e una stabilizzazione con miglioramento della voce. Chiaramente qualcosa di potente accade”. Se un suono elettronico senza vita ripetitivo può disintegrare una cellula cancerogena in laboratorio, quanto più effetto può avere per la guarigione il suono della propria voce ripetuto dal vivo? Siccome è riscontrato che molti tumori hanno origine da sentimenti non vissuti o bloccati anche dall’infanzia, il mantra ( con il suo massaggio interno) spesso permette a queste pene e alle lacrime di essere rilasciate.

Sebbene sia di aiuto avere praticato prima di iniziare il lavoro con i mantra qualche altra forma di yoga, questo non è un requisito necessario. Ognuno può beneficiare delle vibrazioni. Mentre alcuni provano come una pulizia primaverile che permette ai loro sentimenti bloccati di venire a galla e di dissolversi, altri trovano nel mantra un immediato senso di ritorno a casa, di essere cullati dall’ universo o una gioia infinita nella meditazione profonda.

http://www.terembir.com/mantra.htm

sabato 14 febbraio 2009

LA FORZA DEL PENSIERO.


Pensiero Positivo: Pensiero Nuovo?

Quella corrente di pensiero spirituale che oggi viene chiamata Pensiero Positivo e che sta travolgendo vecchie credenze, materialismo, pregiudizi, dogmi, superstizioni, in realtà è il più vecchio pensiero esistente. Si può rinvenirlo infatti tanto negli scritti dei mistici che in quello dei poeti.

Fin dai tempi più antichi gli scrittori illuminati hanno divulgato frammenti di verità nascosti fra le righe di scritti di vario genere sapendo che chi era in grado di capire avrebbe compreso, mentre il resto dell’umanità non avrebbe nemmeno sospettato la natura degli insegnamenti nascosti fra le righe.

Questo vale tanto per testi sacri di ogni religione quanto per scrittori antichi e moderni quali Dante, Shakespeare, Bacone, Pope, Browning, Emerson, Whitman, Carpenter.

Questo “Pensiero Nuovo” agisce in nome di tutto ciò che serve a migliorare l’essere umano, comunica fiducia in sé stessi, libertà, salvezza, amore per il prossimo, sviluppa forze latenti, dà sicurezza, progresso, salute e vita, insegna a porre al bando paure e superstizioni. Chi lo abbraccia trova dentro di sé quello di cui ha bisogno.

Alcuni scettici ritengono che il Pensiero Positivo sia una delle tante mode passeggere che, periodicamente si presentano sulla cresta dell’onda cavalcata dai media, ma non dobbiamo farci fuorviare. Chi, uomo o donna, si aprirà ai veri principi su cui si fonda, troverà quella pace, quella sicurezza interiore, quella gioia profonda che difficilmente può essere espressa a parole, occorre infatti viverla, sentirla, per afferrarla in tutta la sua pienezza.

Con il Pensiero Positivo una persona può rinnovare completamente la propria struttura mentale coltivando una certa serie di pensieri e lasciando che essi si introducano nel subconscio che può essere considerato come un bimbo, capace cioè di essere plasmato secondo la nostra volontà. Naturalmente per far questo occorre volontà e perseveranza.

L’uomo può liberarsi dalla Paura?

Essere padroni del pensiero non consiste semplicemente nel saperlo concentrare e approfondire. Bisogna anche sapersi liberare dai pensieri inopportuni e ignobili. Tutti i pensieri negativi che si trovano più frequentemente nella mente degli esseri umani sono generati dalla paura, che provoca sentimenti come odio, preoccupazione, ansia, gelosia, invidia, ira.

Per chi vuole acquisire la vera libertà essa è l’ostacolo più difficile da sormontare, paralizza anche ogni tentativo di superare lo stadio del dubbio in cui ogni essere umano si imbatte quando si trova a compiere un atto importante per la sua esistenza.

Se noi riuscissimo a mantenere uno stato interiore di serenità, di calma, di fiducia in ogni situazione difficile della nostra vita, di fronte a qualsiasi avvenimento, anche grave, così da poterli affrontare con coraggio, lucidità e soprattutto con perfetta quiete emotiva, probabilmente potremmo evitare la maggior parte dei nostri malesseri fisici. Tuttavia questa “quiete emotiva” rappresenta un traguardo da raggiungere dopo una serie di maturazioni e di superamenti.

L’uomo può liberarsi dalla Paura? Certamente, perché con la volontà egli riesce sempre in tutto, gli basta ignorarla, estraniarla dalla sua struttura mentale, non considerarla. L’individuo che ha coscienza di sé stesso e sa di essere collegato con l’ Universo, abbandona per sempre il sentimento della paura. Deve aver fede nella sua forza, nella sua potenza, nel suo destino, fede nella sua capacità di essere inserito nel Tutto e come tale costruttore della sua esistenza e quella dei suoi simili. Fede nell’operare della Legge Universale e coraggio nell’agire secondo i canoni di quella Legge.

La Legge dell’Attrazione

Sapere quello che un essere umano pensa lo si può dedurre da come agisce e da quale sia il suo stato di salute. Noi siamo infatti quello che pensiamo di essere, siamo come pensa il nostro cuore.

Colui o colei che è riuscito ad allontanare da sé i pensieri negativi, inviando intorno a sé soltanto amore, si vedrà ricolmare da ogni dove di pensieri affettuosi e tranquilli, mentre tutti quelli negativi gli passeranno a fianco senza sfiorarlo, in cerca di una mente più predisposta. E’ altrettanto vero che chi invece si lascerà andare a pensieri sfiduciati, dubbi e smarrimenti diverrà come una calamita capace di attrarre solo forze negative. E’ per questo che alcune persone si attraggono istintivamente.

Tutti subiamo l’influsso dei pensieri altrui: al cinema, al teatro, alla Tv, in ufficio, in chiesa… basta l’onda-pensiero concentrata di uomini di grande forza mentale perché l’opinione pubblica venga influenzata.
E’ quindi opportuno fare molta attenzione a ciò che si legge, si vede, si ascolta ed anche sapersi circondare da persone a noi affini poiché in questo modo c’è uno scambio vicendevole che accresce il potere di tutti e preserva, entro certi limiti, da deleterie influenze esterne.

Si guarisce soltanto se si vuole guarire

Ogni metodo di cura naturale ha il proprio modo di risolvere i casi secondo le idee sulle quali è basato ma tutte le scuole tendono allo stesso fine, cercano cioè di applicare e mettere in azione il potere meraviglioso della mente sul corpo.

Il miglior metodo sta nel convincersi che siamo immuni da qualsiasi forma di malattia o che, tramite le nostre facoltà mentali, possiamo ovviare a qualsiasi disturbo di ordine fisico che si presenti.

Prepararsi quindi anticipatamente ad affrontare i disturbi e guarirci tramite la mente e la volontà. A volte comunque, quando si è ridotti ad un livello tale di sfiducia verso sé stessi, la mente così indebolita da sola non ce la fa a trovare dentro di sé questa forza per combattere la malattia. In questa circostanza ci si rivolgerà ad un aiuto esterno, ad un terapeuta che gradualmente desterà nella nostra mente quella forza latente che ci permetterà poi di proseguire da soli, contando sulle nostre capacità interiori.

Il pensiero del terapeuta può avere molta parte nel processo di guarigione, può dirigere le forze e le energie che debellano o disperdono la malattia. Tale processo deve essere assecondato dalla visualizzazione, dall’uso di certe forze specifiche e adatte. A tutto ciò occorre aggiungere la capacità di stabilire il rapporto con il paziente e un cuore che sappia amare.

Gli esseri umani, con l’uso continuato della meditazione e della concentrazione, possono cercare di risvegliare alcune delle facoltà supercoscienti per avvalersene con enorme vantaggio. Tuttavia soltanto quando gli individui saranno pronti per queste nuove facoltà le potranno raggiungere perché solo così si eviterà un uso sbagliato. Chi vuole raggiungere facoltà psichiche elevate deve essere puro di mente e di cuore.

Col l’uso del pensiero positivo l’individuo si è reso conto che la sua mente può essere manovrata secondo le sue disposizioni ed essere plasmata a suo piacimento. Se si prefigge uno scopo, se vuol raggiunger una meta, gli basta mettere in azione il pulsante della volontà.

Ad ogni modo, non sempre conviene volere una cosa determinata poiché essa potrebbe non essere la più adatta al nostro attuale stadio di sviluppo mentale ed evolutivo.

E’ meglio quindi sperare, volere e dedicarsi all’idea del successo finale, lasciando che i particolari si svolgano da soli giorno per giorno, sempre certi che tutto ciò che avviene concorre alla nostra meta ultima. Non ci dobbiamo spaventare per le complicazioni che possono sorgere, non sempre la via che la “Legge” sceglierà sarà la più dritta. Condizione essenziale però è la fede incrollabile nella Legge Universale che non cessa mai di operare per il nostro bene.

L’abitudine alla felicità

“La misura della sanità mentale è data dalla disposizione a vedere il bene dappertutto”, disse R.W. Emerson.
Anche il vecchio saggio re Salomone migliaia di anni fa disse nei suoi proverbi: “Un cuore felice fa del bene come una medicina, ma un cuore spezzato prosciuga le ossa”.

La medicina psicosomatica ha provato, ad esempio, che lo stomaco, il fegato, il cuore e tutti gli altri organi interni funzionano meglio quando siamo felici.

Come ha affermato il dott. Schindler “l’infelicità è la sola causa di tutti i disturbi psicosomatici e la felicità è il solo rimedio”.

La felicità non è qualcosa da guadagnarsi o da meritarsi, non è una dote morale, è un abito, come dice il dott. Schindler, è “uno stato mentale in cui abbiamo pensieri piacevoli per buona parte del tempo”.
La felicità non è la ricompensa alla virtù, disse Spinoza, ma la virtù stessa.

La felicità non sta nel futuro, ma nel presente, non deve essere condizionata alla soluzione di problemi esterni, la vita è una serie di problemi e se aspettiamo di risolverli tutti prima di essere felici, non lo saremo mai. Se vogliamo essere felici da subito, dobbiamo esserlo per abitudine mentale, non “a causa” di qualcosa.

“Noi non viviamo, speriamo soltanto di vivere, e aspettandoci sempre la felicità in futuro, è inevitabile che non siamo mai felici”, afferma Pascal.

La felicità è un fatto puramente interiore, non è un prodotto degli oggetti, ma delle idee, dei pensieri. Non capita a caso, ci si può allenare ad essere felici. E’ questione di scelta, di attenzione, di decidere quali pensieri sono nella nostra mente. Ci si può servire anche del metodo che consiste nel formarsi una impressione mentale creativa, nel farne esperienza concreta attraverso l’immaginazione e nel dar vita a nuove reazioni mentali “eseguendo e “agendo come se”. “La maggior parte delle persone è felice nella misura in cui hanno deciso di esserlo”, disse Abraham Lincoln.

Il consueto modo di pensare alla felicità degli esseri umani è: “Siate buoni e sarete felici”, oppure diciamo a noi stessi: “Sarei felice se avessi successo e buona salute”. Sarebbe invece più opportuno cominciare ad affermare: “Siate felici, e sarete buoni, avrete maggior successo e godrete di una salute migliore”. (lamentemente.com)

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venerdì 6 febbraio 2009

La meditazione Zen è in grado di alleviare il dolore


Secondo alcuni ricercatori dell’Università di Montréal, la meditazione Zen, una pratica che può portare ad un equilibrio mentale, fisico ed emotivo, contribuisce anche al sollievo del dolore.

Un nuovo studio, pubblicato nella rivista Psychosomatic Medicine, rivela che i praticanti della meditazione Zen, che siano o meno in uno stato meditativo, sono meno sensibili al dolore delle persone che non la praticano.

Joshua A. Grant, un laureando al Dipartimento di Fisiologia, ha redatto l’articolo in collaborazione con Pierre Rainville, professore e ricercatore all’Università di Montréal e all’Istituto universitario di geriatria di Montréal. Lo studio era svolto prima di tutto a determinare se i praticanti della meditazione avessero una percezione del dolore diversa da quella delle persone che non la praticano.

“Studi anteriori hanno permesso di dimostrare che i pazienti con dolori cronici potevano trarre beneficio della pratica della meditazione, ma pochi ricercatori hanno studiato la resistenza al dolore nei soggetti in buona salute e allenati a questa pratica. Questo studio rappresenta un primo passo che ci consentirà di determinare come e perché la meditazione possa influenzare la percezione del dolore” afferma Joshua A. Grant.

Nell’ambito dello studio, i ricercatori hanno reclutato 13 praticanti della meditazione allenati, con un minimo di circa 1000 ore di pratica meditativa, e sono stati sottoposti a un test di tolleranza al dolore. Le loro reazioni sono state paragonate a quelle di altri 13 soggetti che non praticavano la meditazione. Si trattava di 10 donne e 16 uomini di età compresa tra 22 e 56 anni.

Il test al dolore era semplice: una piastra calda era poggiata ad intermittenza sui polpacci dei soggetti, con temperature variabili. Il grado di calore era inizialmente di 43 gradi Celsius, alzato gradualmente fino a 53 gradi Celsius, secondo la sensibilità dei soggetti.
Mentre diversi praticanti della meditazione hanno tollerato la temperatura massima, alcuni degli altri soggetti non sono stati in grado di sopportarla.

I ricercatori Grant e Rainville hanno notato una differenza marcata nella reazione dei due gruppi: i praticanti della meditazione, sebbene non essendo in uno stato meditativo, hanno una sensibilità al dolore molto inferiore dei non-iniziati.
Sono stati in grado di ridurre la sensazione di dolore grazie ad una respirazione più lenta, cioè 12 respiri al minuto invece dei 15 respiri al minuto per gli altri partecipanti.

“Il fatto di rallentare la respirazione sembra assolutamente corrispondere ad una diminuzione della sensibilità al dolore e può influire sul controllo dello stesso rilassando il corpo, afferma Grant. Mentre alcuni studi anteriori hanno dimostrato che la meditazione ha un’influenza sugli aspetti emozionali del dolore, noi abbiamo scoperto che la sensazione stessa, così come la reazione emotiva, sono diverse nei praticanti della meditazione”.

I risultati: una diminuzione del 18% del dolore negli praticanti della meditazione. “Se la pratica della meditazione può modificare la reazione al dolore e, di conseguenza permette di diminuire la presa di analgesici, sarebbe un gran passo avanti” dichiara Joshua A. Grant.

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mercoledì 28 gennaio 2009

Immersione nelle onde theta.



di Lorella De Luca

Da Lakhovsky con l’oscillazione cellulare, a Veret con la nutrizione endocellulare ci spostiamo verso il metodo riscoperto da Vianna Stibal con la remissione del suo stesso tumore: la cura in onde theta. È come se la materia di studio si assottigliasse ma i parametri rivelano evidenti analogie. Quasi un passaggio narrativo dalla visibilità della materia al regno invisibile delle frequenze. Quelle theta sono infatti frequenze cerebrali comuni a tutti, misurabili in Hz dagli strumenti tecnici ormai in uso. L’induzione consapevole dello stato theta si dimostra di supporto alla guarigione attivando, guarda caso, tra gli altri, il gene della giovinezza e della vitalità.

Ciò che emerge dall’esperienza di auto guarigione di Vianna Stibal, poi divulgatrice del metodo di cura nello stato di frequenza cerebrale theta, è che l’intento della coscienza che osserva è fondamentale. In pratica è l’intenzione dell’osservatore, sia essa conscia o inconscia, che converte la materia dalla sua forma particellare a quella ondulatoria e viceversa, e può, conseguentemente, influenzare il processo di guarigione.

Se le nostre azioni quotidiane non sono in linea con il “nostro” scopo spirituale, e se le nostre convinzioni inconsce, e poi le consce, sono negative, i semi della malattia trovano terreno fertile, a prescindere dal fatto che ciò possa essere avvertito a livello consapevole o meno. Il fatto che la nostra volontà di guarire sia in linea con uno scopo (o volontà) più grande, rappresenta un elemento estremamente importante. È ciò che avvia la trasformazione dell’ energia in materia.

La “riscoperta” di questa particolare tecnica energetica e vibrazionale, di fatto antichissima - parte della memoria della Creazione che si è persa nei secoli – è ormai sempre più confortata scientificamente dalla nuova biologia molecolare e epigenetica, senza escludere le neuroscienze più avanzate. Il theta healing (guarigione in onde theta) è stato però per Vianna, prima di tutto, un’esperienza diretta su se stessa, nella fase terminale di un tumore linfatico.

Il linguaggio delle frequenze

Sia i bambini che gli adulti mostrano molteplici differenze nelle oscillazioni, differenze che vanno dalla bassa frequenza delle onde delta, fino all’alta frequenza delle onde beta. Delta (0.1-3.9 Hz) è la più profonda tra le onde cerebrali; è lo stato in cui ci troviamo quando dormiamo profondamente. Riuscire ad entrare nello stato delta da svegli, vuol dire aprire un accesso alla parte inconscia della nostra conoscenza.

Queste onde aumentano incredibilmente le capacità mentali e l’intelligenza, permettendoci di risolvere più velocemente e più facilmente qualunque problema ci venga sottoposto. Quando parliamo di Theta Healing intendiamo appunto il sintonizzarsi su una particolare frequenza. Theta è il nome di una delle cinque onde celebrali, e le frequenze di queste onde prodotte dal cervello si chiamano Alpha, Beta, Gamma, Delta e appunto Theta. Si chiama Theta Healing perché il praticante entra in uno stato di onde cerebrali theta quando utilizza la tecnica.

Le onde cerebrali theta (4-7 cicli al secondo) sono quelle che corrispondono a uno stato di rilassamento profondo o di sonno, o di ipnosi. Questo è stato verificato con esperimenti specifici. Gli scienziati utilizzando macchine ECG, hanno potuto monitorare e osservare che gli operatori entrano in uno stato di onde Theta. Ordinari, o straordinari che siano, tutti gli stadi della nostra coscienza sono dovuti all’incessante attività elettrochimica del cervello, che si manifesta attraverso “onde elettromagnetiche”: le onde cerebrali, appunto. La frequenza di tali onde, calcolata in “cicli al secondo”, o Hertz (Hz), varia a seconda del tipo di attività in cui il cervello è impegnato e può essere misurata con apparecchi elettronici.

Gli scienziati suddividono comunemente le onde in “quattro bande”, che corrispondono a quattro fasce di frequenza e che riflettono le diverse “attività del cervello”:
Onde Delta - Hanno una frequenza tra 0,5 e 4 Hz e sono associate al più profondo rilassamento psicofisico. Le onde cerebrali a minore frequenza sono quelle proprie della mente inconscia, del sonno senza sogni, dell’abbandono totale. In questo senso vengono prodotte durante i processi inconsci di autogenerazione e di autoguarigione.

Onde Theta - La loro frequenza è tra i 4 ed i 7/8 Hz e sono proprie della mente impegnata in attività di immaginazione, visualizzazione, ispirazione creativa. Tendono ad essere prodotte durante la meditazione profonda, il sogno ad occhi aperti, la fase REM del sonno (cioè, quando si sogna). Nelle attività di veglia le onde theta sono il segno di una conoscenza intuitiva e di una capacità immaginativa radicata nel profondo. Genericamente vengono associate alla creatività e alle attitudini artistiche.

Studi scientifici dimostrano che le onde theta possono:
1. alleviare lo stress e promuovere una duratura e sostanziale diminuzione dell’ansia nelle persone che ne sono soggette;
2. facilitano un profondo relax fisico e chiarezza mentale;
3. aumentano la capacità verbale e la performance I.Q.;
4. sincronizzano entrambi gli emisferi del cervello;
5. invocano immagini mentali vivide e spontanee, il pensiero immaginativo e creativo, riducono il dolore, promuovono l’euforia e stimolano il rilascio di endorfine. Lo stato theta è uno stato della mente dove si può cambiare la realtà all’istante, tutte le persone le possono utilizzare per uscire dalle loro problematiche e guarire se stesse, gli altri e anche il pianeta.

Onde Alfa - Hanno una frequenza che varia da 8 a 14 Hz e sono associate a uno stato di coscienza vigile, ma rilassata. La mente, calma e ricettiva, è concentrata sulla soluzione di problemi esterni, o sul raggiungimento di uno stato meditativo leggero. Le onde alfa dominano nei momenti introspettivi, o in quelli in cui più acuta è la concentrazione per raggiungere un obiettivo preciso. Sono tipiche, per esempio, dell’attività cerebrale di chi è impegnato in una seduta di meditazione, di yoga o similari.

Onde Beta - Hanno una frequenza che varia da 14 a 30 Hz e sono associate alle normali attività di veglia, quando siamo concentrati sugli stimoli esterni. Le onde beta sono infatti alla base delle nostre fondamentali attività di sopravvivenza, di ordinamento, di selezione e valutazione degli stimoli che provengono dal mondo che ci circonda. Per esempio, leggendo questo articolo il vostro cervello sta producendo onde beta. Esse, poi, ci permettono la reazione più veloce e l’esecuzione rapida di azioni. Nei momenti di stress o di ansia le beta ci danno la possibilità di tenere sotto controllo la situazione e dare veloce soluzione ai problemi.

Il Theta Healing è una moderna tecnica di guarigione basata sulla induzione delle onde cerebrali theta. Tra le altre, consente di rilevare e modificare quelle convinzioni negative registrate a livello profondo e che alterano l’equilibrio, e di conseguenza, lo stato di salute.


Attivazione del DNA

Questa tecnica energetica ci porta a lavorare sui 12 filamenti contenuti nel DNA, attraverso un esercizio chiamato “attivazione del gene della giovinezza e della vitalità”. Secondo Vianna Stibal, ci sono dei filamenti “ombra” nel nostro DNA, filamenti di cui la scienza non conosce la funzione, ma che è possibile attivare. È fondamentale arrivare alla comprensione del funzionamento del DNA. Conoscere come il DNA lavora è un’introduzione al più intimo aspetto della nostra biologia, il DNA è preposto alla nostra salute o alla malattia, dice alla cellula ciò che è stata, cosa continuerà ad essere e cosa diventerà. È quindi lavorando su di esso che siamo in grado di ri-programmare le cellule per il nostro massimo beneficio.

L’attivazione del DNA ci dà la possibilità di sopravvivere all’inquinamento ambientale, accelera i nostri sensi psichici, sollecita innumerevoli intuizioni; sentiremo e vedremo gli eventi della vita in modo più chiaro e consapevole, tutti i blocchi emozionali che avevamo seppellito all’interno dell’ inconscio verranno gradualmente rilasciati per dare spazio a nuovi sentimenti affermativi che sostituiranno quelli vecchi e malsani, apportatori di disagi fisici e mentali.

Altri risultati del lavoro sul DNA sono l’attenuazione delle rughe, gli occhi cambieranno la loro luminosità, il peso forma si stabilizzerà, la pelle assumerà un aspetto più giovane e compatto, in molti casi le unghie e i capelli hanno aumentato la loro crescita. Anche la vista può migliorare, ma la percezione più importante sarà quella di ricercare spontaneamente cibi sani e attitudini benefiche per il corpo, perché nasce una nuova consapevolezza su cosa è più salutare per il nostro organismo.

Attraverso questa tecnica, inoltre, si è in grado di rilevare tutte quelle convinzioni registrate a livello profondo, che alterano l’equilibrio e di conseguenza anche lo stato di salute. La forza di saper indurre consapevolmente uno stato theta, permette d’individuare agilmente tutte le convinzioni negative registrate dentro di noi e di trasformarle in altre più favorevoli. Abbiamo infatti ereditato i caratteri somatici dei nostri genitori ma anche i loro condizionamenti e le loro convinzioni.

Una volta diventati adulti, queste convinzioni sono diventate dei programmi registrati nel nostro organismo corpo- mente a più livelli:

1. Subconscio/adesso: è quello che abbiamo pensato in questa vita e accettato sin dall’infanzia. Sono programmi diventati parte di noi. Queste credenze sono trattenute come energia nel lobo frontale del cervello.
2. Storico/vissuti passati: memorie genetiche o di esperienza di coscienza collettiva che trasportiamo nel presente. Queste memorie sono tenute nel campo aurico della persona.
3. Genetico: sono programmi trasportati dai nostri antenati o sono stati aggiunti nei geni in questa vita. Questo “campo”dice al DNA cosa fare.
4. Anima: è tutto ciò che è una persona dalla sua nascita primordiale.

Convinzioni e malattia

Questi programmi, inconsapevolmente, producono la nostra realtà e tutte quelle situazioni che attiriamo nella vita, situazioni e pensieri che spesso possono bloccare la persona durante la fase della crescita individuale. Queste convinzioni, sovente, sono addirittura la causa principale della malattia. Vari esempi si possono avere sulla “considerazione di sé” (io non merito, io non valgo nulla, sono una vittima, sono colpevole, sono brutta) oppure per le dinamiche affettive (tutti mi abbandonano, nessuno mi vuole, trovo sempre la persona sbagliata…) e su tutte le altre tematiche che riguardano la nostra persona.

Attraverso questo metodo di analisi personale, si modificano i programmi pre-natali e di nascita, trasformando le situazioni relative alla propria vita. Tutto questo è possibile, compresa la remissione spontanea del tumore.
Lo stato theta crea una stretta connessione con la fonte creativa dell’ universo e dona una potente capacità di lavorare con il subconscio. Vianna è riuscita a connettersi con questa energia grazie ad uno stato di coscienza “straordinario”, che fa, però, parte della nostra comune esperienza: quando ci sentiamo particolarmente creativi, insolitamente intuitivi, eccezionalmente lucidi, profondamente rilassati.



Testimonianze

Il caso di A. nove anni, affetto dal Disturbo da deficit d’attenzione ed iperattività (ADHD) che è un disturbo neuropsichiatrico caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in taluni casi impedisce il normale sviluppo e integrazione sociale dei bambini. Si tratta di un disturbo eterogeneo e complesso, multifattoriale che nel 70-80% dei casi coesiste con un altro o altri disturbi (fenomeno definito comorbilità). La coesistenza di più disturbi aggrava la sintomatologia rendendo complessa sia la diagnosi che la terapia.

Quelli più frequentemente associati sono il disturbo oppositivo-provocatorio e i disturbi della condotta, i disturbi specifici dell’apprendimento (dislessia, disgrafia ecc.), i disturbi d’ansia. Si sono rivelati efficaci i trattamenti di Theta Healing, una volta a settimana per un mese, poiché hanno ristabilito l’attenzione e la consapevolezza del bambino verso se stesso e verso i suoi genitori, inoltre hanno contribuito al miglioramento della sua grafia e della sua condotta scolastica.

P. 39 anni, «Durante il mese di luglio di due anni fa, mi è stato diagnosticato un tumore al seno. Sono stata presa dalla paura e dal panico. Con il Theta abbiamo iniziato un lavoro di ricerca sul “retroterra” di questa malattia. Cosa significava? Cosa mi stava dicendo la mia malattia? Ho compreso passaggi della mia vita che mai avrei potuto interpretare. Mi ha aiutato a capire chi realmente sono, e cosa il mio corpo mi stava dicendo. Sto seguendo anche le cure tradizionali, ma affronto tutto con una nuova forza e serenità».

Testimonianza di C.37 anni «Nel febbraio 2006, mi viene rimosso con il laser dal collo dell’utero un antipatico ed imbarazzante virus di tipo “femminile”. Metà giugno 2006: frequento il corso di Theta Healing dna 1&2; luglio 2006: al controllo risulto inaspettatamente ancora portatrice di tracce del virus. Da quel momento inizio a lavorare contemporaneamente sia sulla mia salute, seguendo le indicazioni dettate da Vianna nel suo libro in merito alla rimozione dei virus, sia sulle mie convinzioni negative più profonde rispetto alle tematiche che possono aver causato il problema.

Ottobre 2006: frequento, il corso dna 2 avanzato. Il lunedì successivo mi presento in ospedale dalla mia ginecologa per la rimozione dei residui del virus da lei evidenziati nel controllo di metà estate. La frase pronunciata dalla ginecologa maneggiando il microscopio è stata: «Ma qui non c’è più niente! Fammi controllare meglio... (controllo molto doloroso per me...) qui non c’è proprio niente! Raramente questi disturbi regrediscono da soli...».

La valente professionista (luglio 2007, la mia guarigione è un dato assodato anche dal suo microscopio) non ammette che esistano modalità diverse da quelle che lei conosce per guarire le malattie, ma tant’è: è la sua storia, non la mia, grazie a Dio (appunto!) e alle tecniche di Theta Healing che Lui ha messo sulla mia strada».