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martedì 28 aprile 2009

"Allevamenti intensivi incubatori di virus" la denuncia di Legambiente e veterinari.



ROMA - "Eliminare le condizioni che trasformano gli allevamenti intensivi in bombe biologiche a orologeria". E' secca la denuncia che viene da Legambiente e poggia su una casistica che comincia a diventare imbarazzante per chi ha la responsabilità di garantire la salute pubblica: nell'arco di un paio di decenni per ben quattro volte si è corso il rischio di una pandemia.

Prima la Bse, un morbo prodotto dalla decisione di abbattere i costi della produzione dei bovini rinunciando a regole di buon senso elementare come l'alimentazione vegetariana delle mucche e le alte temperature nei processi di macellazione. Qualche anno dopo è arrivata la Sars, la polmonite atipica scoppiata in Cina e legata al contatto con gli animali destinati alla nostra tavola. Poi è stato il turno dell'aviaria, prodotta dalla vicinanza con l'allevamento intensivo dei polli. Ora tocca ai maiali: e questa volta le modalità di contagio sono molto più insidiose perché il virus si trasmette da uomo a uomo con una rapidità allarmante.

"La somministrazione forzata di cibo, la spaventosa concentrazione di nitrati difficilmente smaltibili, l'uso smodato di medicinali e antibiotici per permettere agli animali di sopravvivere ammassati in condizioni spaventose creano un ambiente ad altissimo rischio", spiega Francesco Ferrante, responsabile agricoltura di Legambiente. "Già negli anni '90, la Comunità europea aveva tentato di porre rimedio a questo stato di cose ma la direttiva nitrati del 1991, come la successiva direttiva sul benessere animale e la messa la bando delle gabbie per le galline ovaiole, non hanno trovato applicazione effettiva: in Italia non si riesce neppure a far rispettare la regolamentazione sui nitrati che continuano a inquinare terreni e falde acquifere".

Secondo Enrico Moriconi, presidente dell'Asvep, l'associazione culturale veterinaria di salute pubblica, il virus attuale è parente stretto di quello dell'aviaria, che a sua volta ha un legame con la "spagnola", l'influenza che uccise cento milioni di persone dopo la prima guerra mondiale. Naturalmente bisogna tener conto del fatto che gli effetti di un'epidemia dipendono anche dallo stato immunitario e di salute della popolazione: nei Paesi ricchi le condizioni di base non sono confrontabili con quelle della popolazione che usciva dal conflitto del '15 - '18.

"I suini sono sensibili sia ai virus influenzali umani sia a quelli aviari: mettiamoli in allevamenti intensivi e otteniamo le condizioni ideali per permettere ai virus di allenarsi, evolvendosi fino ad arrivare, mutazione dopo mutazione, al salto di specie tra animale e uomo", afferma Moriconi. "Purtroppo la certificazione della catena alimentare, che permette di ridurre il rischio identificando gli stabilimenti di provenienza di ogni bistecca, finora è scattata solo per le carni bovini e avicole. Cioè solo dopo il rischio pandemia".

mercoledì 10 dicembre 2008

Il nostro Paese si piazza al 44esimo posto su 57 nel Climate change performance index. Legambiente: "Disastroso"


ROMA - Gli obiettivi del Protocollo di Kyoto? Sono sempre più distanti per l'Italia. Il nostro Paese prende voti scarsi nella lotta al surriscaldamento globale e, quel che è peggio, la soglia della sufficienza si allontana di anno in anno. A dare un giudizio negativo sulla performance italiana in quanto a misure per la riduzione dei gas serra è il rapporto internazionale Climate change performance index del German Watch, che mette l'Italia al 44esimo posto nella classifica dei 57 Stati a maggiori emissioni di CO2, cioè quelli che producono il 90% dei gas serra a livello mondiale.

Nonostante questi dati, la linea dell'Italia rispetto al pacchetto clima che domani verrà discusso al Consiglio d'Europa è poco conciliante: "Domani esamineremo le proposte e io avrò la responsabilità di dire sì o no: se gli interessi italiani saranno colpiti, io opporrò il diritto di veto e non avrò nessuna esitazione a farlo", ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante il suo intervento alla presentazione del libro di Bruno Vespa.

In caduta libera. Nello studio, che si sofferma sugli interventi positivi e strutturali di ogni singola nazione nel campo del riscaldamento, l'Italia si piazza nel gruppo di coda e perde terreno rispetto alla scorso anno, quando era 41esima. Davanti a noi, India e Brasile. Poco dopo, Paesi noti per essere "grandi inquinatori" come la Polonia e la Cina. E comunque rimaniamo ben lontani dal terzetto di punta delle prime in classifica: le virtuose Svezia, Germania e Francia. Nelle ultime posizioni ci sono invece Arabia Saudita, Canada e Usa.

"Disastroso". Così Legambiente, una delle associazioni ambientaliste che hanno collaborato alla stesura del rapporto, definisce il nostro piazzamento, "che rispecchia il cronico ritardo nel raggiungimento degli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto".

Le cause. A determinare questa situazione hanno contribuito l'assenza di una strategia complessiva per abbattere le emissioni di CO2, una politica energetica che punta sull'aumento dell'uso del carbone - una fonte non pulita - e il deficit di trasporti a basse emissioni. Non solo: su di noi pesa la constatazione che nella Ue siamo uno degli Stati dove i gas serra sono cresciuti di più rispetto ai livelli del 1990 (+9,9%). E questo in barba al taglio del 6,5% imposto dal trattato internazionale.

Punti di forza a rischio. Legambiente osserva che a salvare l'Italia dagli ultimissimi posti della classifica sono state "le poche ma importanti misure adottate in questi anni, come il conto energia per la promozione del fotovoltaico o gli incentivi del 55% per l'efficienza energetica". Ironia della sorte, fa notare Legambiente, queste sono proprio le misure finite nel mirino del governo, "che dopo aver eliminato l'obbligo della certificazione energetica degli edifici, ha tagliato il 55%".

Prospettive future. Il rapporto del del German Watch ipotizza che il giudizio in futuro potrebbe persino peggiorare e non lesina sulle critiche al comportamento del nostro Paese nei negoziati in corso sul pacchetto energia e clima dell'Unione Europea. Insieme alla Polonia, infatti, l'Italia si merita il giudizio più negativo sul piano internazionale per i ripetuti tentativi di sabotare il pacchetto. Come dire, abbiamo incassato anche uno zero in condotta.